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mercoledì 18 giugno 2014

CIBO E PSICHE

Cibo e psiche
 
Quanto è importante la mente?
 
Alimentarsi, al di là delle sue manifestazioni “esteriori” è sempre un fatto privato,si potrebbe dire senza timore di sbagliare un “atto intimo”. E’ intuitivo perciò che la relazione tra cibo e mente è molto stretta. Quello che decidiamo di mangiare è il frutto non solo di scelte che a volte ci vengono imposte dalla società, ma una conseguenza dei nostri schemi mentali, dei valori che diamo al cibo stesso in termini strettamente emotivi.
Una sorta di “altalena” tra quelli che sono i nostri bisogni e quelli che sono i nostri desideri. Proprio questa è la ragione per cui diamo al cibo un ruolo quasi primario, per cercare di tamponare gli effetti dei disagi dovuti alla nostra esistenza.
al cibo diamo il compito di riempire i nostri vuoti.
Su di esso perciò riversiamo i nostri conflitti interiori, le nostre ansie e le nostre paure, le nostre insicurezze, le difficoltà relazionali e sociali e spesso la nostra solitudine interiore.
Tutto questo per quel “bisogno” che ci caratterizza fin dalla nascita e cioè donare e ricevere amore.
Al cibo quindi diamo il “compito” di “riempire” i nostri vuoti, scegliendolo a volte simbolicamente e dando valenze persino ai sapori; a quelli piccanti e salati, il compito di “stuzzicare” le nostre giornate, ai dolci quello di mitigare e “addolcire” le amarezze quotidiane.
E’ proprio questo che si rende molto difficile, rinunciare a quei cibi che possono risultare anche dannosi per la nostra salute ma che si presentano a noi in modo così “invitante” e stuzzicante”....
Il simbolismo ancestrale è anche nel gesto del mangiare; con il cibo ci “riempiamo la bocca” e così ci impediamo di pronunciare parole che potrebbero causarci disturbi o disagi relazionali, ma riempiamo anche un “vuoto interiore” non è solo di tipo fisico.
Il meccanismo per cui “ingurgitiamo” quel tipo o quell’altro di alimento, non è perciò solo di tipo energetico-fisiologico, ma anche emotivo.
Per questi motivi, seguire un modello alimentare che miri anche a farci perdere peso non deve essere visto come un fatto “punitivo”, ma attraverso il piacere che si riversa sul mangiare, troveremo una precisa soddisfazione compensativa delle nostre frustrazioni. Questo passa attraverso il concetto di quantità e qualità, che è il valore aggiunto da dare al nostro “mangiare”.
Bisogna mettersi a tavola con il piacere di farlo perché questo è “l’atto” più potente per perseveranza e coerenza, verso il nostro obiettivo da raggiungere.
 
 
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