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giovedì 21 marzo 2013

LA COMUNICAZIONE MEDICO-PAZIENTE

La comunicazione medico-paziente

L'articolo che segue è tratto dal libro  " LA COMUNICAZIONE MEDICO PAZIENTE" del Professor Michele Piccolo, Direttore Sanitario della RSA di via Quarenghi, 26 a Milano e dal settembre 2011 Docente presso l'Università di Pavia al Master di Geriatria per medici che lavoreranno in RSA (residenze per anziani).
Oltre alle sue attività di medico e docente, è Allenatore di calcio ed è stato Vicepresidente dell'Associazione Medici Brianza e Milano, ONLUS che organizza manifestazioni benefiche sportive e culturali.

Chi volesse acquistare una copia del libro in formato PDF scaricabile dal proprio computer (costo €. 5 devoluti in beneficenza all'Associazione di cui sopra), può farlo cliccando sopra questo link e seguendo le semplici istruzioni:




Negli ultimi anni si è fortemente sviluppata una scienza che, per le sue peculiarità, sarebbe più opportuno definire “arte”: la comunicazione.
In tutte le nostre attività è impensabile che essa possa mancare; le modalità con cui possiamo plasmare la comunicazione sono molteplici. Perfino il silenzio è un modo di comunicare: quando, entrati nello scompartimento di un treno ci sediamo accanto ad una persona che, immersa nella lettura di un quotidiano, non risponde al nostro saluto, abbiamo già ottenuto una manifestazione esplicita circa le sue intenzioni di non voler essere disturbato, senza dire praticamente nulla.
Comunicazione = azione del comunicare.
In quale professione tale azione diventa uno strumento imprescindibile? Certo in tutte le professioni le persone comunicano, ma volendo fare una sorta di graduatoria ritengo fuor di dubbio che nel rapporto medico-paziente questa “arte” ricopra un ruolo cruciale e debba perciò raggiungere il valore più elevato.
Purtroppo è altrettanto vero che nessuna (!) formazione specifica ed esauriente (salvo rare eccezioni) è prevista ufficialmente per chi un giorno farà il medico, né all’università, né dopo e tutto viene lasciato all’iniziativa personale.
Il risultato è che il rapporto col paziente, peraltro già di per sé delicato, risulta spesso conflittuale, confuso e scarsamente produttivo.
I dati al riguardo sono assai poco confortanti: il risultato di più indagini dice che il medico interrompe dopo soli 18 secondi un paziente che sta spiegando i propri sintomi e questo, si badi bene, è un tempo medio. Il che vuol dire che alcuni professionisti intervengono pochi attimi dopo l’inizio del colloquio, con il risultato che solo una minima parte di pazienti (5%!) riesce poi a riprendere ciò che stava dicendo.
Se poi si pensa che più di metà dei pazienti esce da un pronto soccorso o da un ambulatorio senza aver capito quale sia la sua patologia e quali siano i medicinali prescritti, né tantomeno come assumerli, è intuibile come questo rapporto vada profondamente migliorato.
Da venticinque anni mi occupo di anziani, probabilmente la categoria più sensibile al discorso che desidero trattare, e sono proprio loro che quotidianamente mi hanno fatto e mi fanno capire quanto la comunicazione sia fondamentale per chi svolge la professione medica.
Gli aspetti, per così dire, più curiosi che mi hanno stimolato in maniera preponderante a frequentare un master di comunicazione e a scrivere poi questo libro sono fondamentalmente due.
Il primo è che fare il medico ed il geriatra in particolare è un’attività molto facilitata se si sta ad ascoltare il paziente: l’anziano autosufficiente sa benissimo quali sono i farmaci che gli fanno bene e quelli i cui effetti collaterali superano gli effetti benefici.
“Sciur dutur, la pastiglia rossa la va ben, quella gialla … l’è inscì e quella bianca la va minga ben”. (“Signor dottore, la pastiglia rossa va bene, quella gialla così così, quella bianca non va bene”).
Con notevole imbarazzo devo ammettere che nella stragrande maggioranza dei casi hanno ragione loro. Se per caso chiedo perché non riportino le stesse impressioni allo specialista (cardiologo, ortopedico, etc.) che gliele ha prescritte mi dicono (quasi tutti) che ci
hanno provato, ma “el professur s’è arrabbià!”).
Ciò che in pratica voglio dire è che semplicemente ascoltandoli si ottengono ottimi risultati dal punto di vista clinico oltre alla profonda riconoscenza e stima dei pazienti stessi, che a mio vedere sono le cose essenziali che ci gratificano maggiormente nella nostra professione.
L’altro aspetto è che per i pazienti, da qualche anno a questa parte le possibilità di conoscenza sono notevolmente mutate e sempre più spesso la persona a cui si spiegano le patologie ne sa (o pensa di saperne) molto più di quanto noi crediamo.
La televisione, la radio e soprattutto internet hanno cercato di mettere alla portata di tutti le informazioni e le conoscenze che reputavamo “riservate” a pochi addetti.
La qualità e la serietà delle informazioni che arrivano attraverso questi canali non sono purtroppo sempre garantite e qualche stortura scientifica passa con troppa facilità, così come il tentativo di banalizzare eccessivamente argomenti che riguardano patologie gravi e che sono necessariamente complicati, rappresentano un aspetto importante col quale ormai dobbiamo fare i conti tutti i giorni nei colloqui con i pazienti e che forse la categoria medica non aveva messo in previsione.
Insomma quello che accade tra medico e paziente non è solo un incontro tra individui, ma anche un confronto tra culture spesso molto diverse dall’una e dall’altra parte.
La cultura si forma e si alimenta attraverso un insieme di esperienze, storie familiari, simboli, metodi di educazione e contesti sociali in cui si è cresciuti. Risulta pertanto evidente che ognuno di noi (medico o paziente) si trova a rispondere con reazioni e posizioni diverse, in particolare nei confronti dell’alimentazione, della sessualità e delle  malattie.


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